Fourth Laboratory | Reinterpreting the concept of ‘vulnerability’ within the European legal system
3rd Maggio 2026
Il 27 aprile, la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara ha ospitato la sessione conclusiva del Laboratori We-frame (una serie dedicata alle complesse questioni relative alla parità di genere). In questa sessione, relatori e partecipanti hanno cercato di offrire una nuova prospettiva sul tema della vulnerabilità, analizzando criticamente le strutture istituzionali e ridefinendo i concetti giuridici fondamentali.
Thomas Casadei, che ricopre il ruolo di direttore del Centro di Ricerca sulla Discriminazione e la Vulnerabilità (CRID) e di professore di Filosofia del Diritto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha presentato, in qualità di relatore principale, nuovi modelli teorici per affrontare le disuguaglianze strutturali. Ha sostenuto la necessità di un cambiamento radicale nel modo in cui viene percepito il concetto di vulnerabilità, sottolineando che esso non dovrebbe essere considerato uno «stigma» o un’etichetta fissa attribuita a gruppi specifici. Il professor Casadei ha affermato che “definire determinati gruppi (come le donne o le minoranze) come ‘intrinsecamente vulnerabili’ è una pratica pericolosa”, in quanto può portare a politiche paternalistiche che li privano della loro autonomia e dignità, e ha concluso che “dobbiamo andare oltre queste etichette statiche”.
Instead, he proposed the concept of «Vettori di vulnerabilità». Da questo punto di vista, la vulnerabilità non è uno stato fisso di debolezza, bensì una «posizione critica» (o una «forza motrice») che deve spingere le istituzioni a trasformare le strutture ingiuste. Il professor Casadei ha ritenuto fondamentale il cambiamento nella funzione del diritto, che passa da una «protezione rigida» a una «promozione attiva». Come ha affermato, il dovere delle istituzioni non è semplicemente quello di proteggere «i deboli», ma di individuare e rimuovere le barriere strutturali. Ha esteso questa critica all’ambiente accademico, suggerendo che i sistemi di valutazione scientifica non dovrebbero penalizzare i ricercatori, soprattutto le donne, che hanno subito un calo temporaneo di produttività a causa delle responsabilità di cura. Questa riduzione della produttività è un “vettore di vulnerabilità” che il sistema deve riconoscere e compensare.
Rielaborando la storia politica italiana, Casadei ha definito l’articolo 3 della Costituzione la «stella polare» della giustizia. Ha spiegato che tale principio è il frutto delle esperienze vissute dalle donne e dai partigiani che hanno combattuto durante la guerra, descrivendolo come un «Parametro mobile». Egli ha sostenuto che «l’articolo 3 della Costituzione non è un testo arido e statico, bensì una concezione dinamica dell’uguaglianza, in grado di includere concetti moderni (come i diritti delle minoranze sessuali) anche se questi non erano stati esplicitamente menzionati al momento della sua stesura».
Critica istituzionale della sicurezza e della creazione di vulnerabilità
Una questione fondamentale affrontata durante la sessione è stata la critica alle istituzioni che, in nome della «garanzia della sicurezza», diventano esse stesse fonti di vulnerabilità. Riferendosi alla situazione nelle carceri e nei centri di detenzione temporanea, Casadei ha messo in luce il paradosso delle istituzioni moderne, affermando che «ci troviamo di fronte a istituzioni che, invece di risolvere la vulnerabilità, sono diventate esse stesse fonti della sua produzione». Ha aggiunto che «quando la protesta non violenta nelle carceri viene criminalizzata, in realtà stiamo “legiferando per la produzione di vulnerabilità”». I partecipanti hanno osservato che in questi spazi le strutture fisiche e giuridiche distruggono non solo la dignità, ma anche i cinque sensi dei soggetti, ponendoli in uno stato di isolamento assoluto.
La sessione è poi proseguita presso il «L'etica della cura» nei sistemi giuridici. Come ha sottolineato Casadei, il diritto moderno è diventato eccessivamente astratto e ha dimenticato il «corpo» umano e i suoi bisogni materiali (come l’invecchiamento o la malattia). Inoltre, il crollo delle istituzioni intermediarie, compresi i sindacati e i movimenti sociali, è stato indicato come una grave minaccia. Egli ha osservato che «in passato, l’appartenenza a un gruppo era uno strumento per superare la vulnerabilità individuale» e ha avvertito che «la nostra crisi odierna è il crollo di queste istituzioni intermediarie, che ha lasciato il cittadino solo e vulnerabile di fronte al potere nudo e crudo».
Le statistiche globali presentate nel corso della sessione hanno messo in luce le dimensioni catastrofiche della vulnerabilità:
- 123 milioni di sfollati in tutto il mondo a causa dei conflitti in corso.
- Più di 614 milioni di donne e ragazze vivono in zone di guerra.
- Le donne che vivono in zone devastate dalla guerra hanno una probabilità 7,7 volte maggiore di trovarsi in condizioni di povertà assoluta rispetto agli uomini.
Alla luce di questi dati, la vulnerabilità è strettamente legata alla povertà, al genere e alla guerra, e richiede risposte strutturali a livello globale.
La sessione mattutina ha concluso che la vera uguaglianza si raggiunge solo quando la legge accetta la vulnerabilità non come uno stigma, ma come parte di una «identità umana condivisa» e come «motore» della giustizia.
Risultati di laboratorio e prospettive future
Nel pomeriggio si è tenuto un workshop in collaborazione con i partecipanti. Per quanto riguarda il workshop, Silvia Pellino Il CDS ha precisato che questa sessione costituiva il quarto e ultimo workshop del progetto We-Frame (strutturato attorno a quattro assi principali: uguaglianza e differenza, uguaglianza e corpo, uguaglianza e potere e, infine, uguaglianza e vulnerabilità). Il termine «vulnerabilità» deriva dalla radice latina vulnus, che significa «ferita», partendo dal principio che tutti gli esseri umani sono esseri vulnerabili che possono subire un danno sociale.
La sessione si è concentrata su due aspetti principali:
- primo, il "Condizione universale", che (contrariamente alla percezione comune secondo cui la vulnerabilità sarebbe limitata a gruppi specifici) la identifica come una condizione umana universale che riguarda tutti gli individui;
- e secondo, il Impatto dei fattori esterni, dove le complessità sociali, l'ingiusta distribuzione del potere e le crisi impreviste (tra cui guerre, malattie o instabilità economica) possono mettere chiunque in una posizione di vulnerabilità.
Nella quarta sessione, le parti interessate, tra cui associazioni, esponenti del mondo accademico e studenti, si sono riunite per affrontare questi concetti attraverso un approccio «dal basso».
Mentre il quarto workshop ha concluso la serie dedicata all’uguaglianza presso l’Università di Ferrara, per il 6 e 7 maggio è prevista una sintesi del progetto. Silvia Pellino ha sottolineato che le fasi future del progetto sono state definite per tracciare il percorso da seguire per rafforzare i diritti e l’uguaglianza nell’Unione Europea. Il team del CDS condurrà un'«analisi semantica» dei dati raccolti da tutti i workshop, seguita da una «sintesi e sintesi» delle discussioni. Questo processo porterà infine all'«identificazione delle priorità», concentrandosi sull'analisi dei risultati raggiunti, sull'identificazione degli ostacoli al cambiamento e sulla proposta di idee innovative per le strutture sociali e giuridiche.
Il programma di workshop è organizzato nell'ambito del progetto WE Frame dai partner CDS, la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara, Traces&Dreams e Officine Europa.
